Tecnologia

Wearable, realtà aumentata e mental coach: a Rio il futuro è già presente

By 5 Agosto, 2016 23 Maggio, 2019 No Comments

Aspettando un domani fatto di gare tra androidi e robot, il presente di Rio 2016 è già fatto di tante nuove tecnologie. Diario “technolimpico” dai Giochi brasiliani.

Um mundo novo: chissà quando è stato coniato lo slogan di Rio 2016. Un po’ di storia prima di tuffarci in Olimpiadi che proprio qui, a Rio, sembrano ancora lontane, perché in effetti lontani siamo dalla perfezione di Londra dove tutta la città si era addobbata per l’occasione, mentre qui i cerchi li trova ancora con fatica, in spiaggia ovviamente, ma non distribuiti su tutta una città che è grande, complicata, comunque sempre affascinante.

Nel 2009 quando il Brasile ottenne i Giochi a Copenaghen c’erano due persone: Lula che portò alla vittoria Rio, e Obama che invece dovette mettere la firma sul fiasco di Chicago, la sua Chicago. Allora il Brasile era in formissima, assieme agli altri Paesi cosiddetti Brics: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. Oggi la stessa compagnia non se la passa benissimo, e il Brasile in particolare, dopo tutto quello che è successo, dopo tutto quello che ha scoperto, ha paura: cosa succedererà quando dopo questa lunga se non festa almeno pace sociale coincisa col viaggio del Papa, i Mondiali e da ultimi i Giochi finirà? Dato di oggi: oltre il 43 per cento degli interpellati teme che lo UPPS, le Unità di Polizia impegnate come pacificatrici sul territorio, sia smantellato.

IL PASSATO DELLA RUSSIA

Dunque, invece che guardare, o cercare il mundo novo ci si rivolge, anche nello sport, al passato. Strana condizione per un evento che ci ha abituato a essere una finestra sul futuro non solo degli atleti, della comunicazione, delle attività delle multinazionali, persino delle relazioni tra Paesi. Il fatto è che il passato, recente, dello sport mette addirittura più paura del futuro. Non pensate al doping, di quello parleremo più avanti.

“I Giochi costano, va da sé, ma non costano quanto li ha pagati la Russia, con un budget che oggi solo pochissimi paesi possono permettersi”

Il passato che agita tutti è la Russia, la Russia di Putin. Il doping è solo l’ultimo attacco lanciato per fermare una politica muscolare che dovrebbe essere coerente coi valori sportivi e che invece li ha scardinati a Sochi, sede di Giochi Invernali 2014: per avere le Olimpiadi nella sua località di vacanza, da trasformare il più in fretta possibile in un resort competitivo con quelli occidentali, Putin non ha badato a spese. E tutte quelle spese, anche quelle non strettamente legate ai Giochi, Putin le ha messe in conto ai Giochi. Che poi adesso a Sochi ci corra la Formula 1 e ci arrivi, nel 2018, il Mondiale di calcio, è solo incidentale. I Giochi costano, va da sé, ma non costano quanto li ha pagati la Russia, con un budget che oggi solo pochissimi paesi possono permettersi, e da questa preoccupata considerazione è arrivata l’agenda 2020 del Cio che ha come scopo quello di rendere accessibili i Giochi. Noi che sogniamo o abbiamo l’incubo di Roma 2024 capiamo al volo di cosa si parla: ci torneremo.

E già dovevamo tornare al doping. In questo voltarsi verso il passato almeno il doping, ovvero l’antidoping, ha trovato nuovi sviluppi. Certo, continuerà la caccia al superumano e a ogni vigilia di Olimpiade, ancora per un po’, sentiremo parlare di prossime edizioni disputate da androidi e robot. Intanto, e questa è una evidenza, il doping ha meno spazio proprio perché il passato conta, e in questi tempi di analisi genetiche di ogni tipo e di banche dati sul Dna si possono scoprire imbrogli anche di tanti anni prima.

“Dopo i latini di mens sana in corpore sano, oggi siamo alla mente libera per prestazioni memorabili”

Questa la vigilia di Rio. Adesso, prima di affidarci alla cerimonia progettata da un italiano, Marco Balich, cerchiamo qualche tendenza, i primi segnali che si vedono dai Giochi interpretati correttamente come finestra sul futuro.

1.  lo sport è già un mondo dove i wearable device sono realtà quotidiana, anche perché lo sport vive di dati. Ancora non vedremo dei braccialetti al polso degli atleti in gara, ma li vedremo magari rifugiarsi prima negli spogliatoi per studiare le performance.

2. gli sponsor sono, come da retorica, ma anche come da efficacia testata sul campo, dei compagni di squadra. In tempi di realtà aumentata cosa poteva fare la Samsung, sponsor Cio, e le prossime olimpiadi saranno in Corea, se non sfruttare gli atleti? Tutti quelli presenti a Rio hanno ricevuto un telefonino di ultima generazione e avranno allenamenti quasi quotidiani sull’uso di tutti gli strumenti possibili per vivere i Giochi a 360 gradi e pure oltre. Silvia Salis è nella storia: prima social reporter dei Giochi. Voleva qualificarsi da atleta, non ce l’ha fatta, si è meritata una missione invidiatissima.

3. Di nuovo doping. Nessuna sorpresa se nasceranno dei doping manager, ovvero dei procuratori che assistono gli atleti per evitare ogni genere di guaio. Intanto a Rio succede un fenomeno singolare: dopo anni in cui gli sportivi non erano disposti a confessare di avere oltre all’allenatore anche altri consiglieri, per Rio 2016 la figura del mental coach è definitivamente sdoganata. Medaglia d’oro qui a Roberto Re. Ha capito che c’è un futuro e sta lanciando il suo prodotto: Sport Power Mind non ha nemmeno bisogno di traduzioni, rende benissimo l’idea. Dopo i latini di mens sana in corpore sano, oggi siamo alla mente libera per prestazioni memorabili. Degli atleti e, beninteso, di noi tutti guardoni che adesso ci mettiamo in tribuna o sul divano. O anche altrove. A Londra Sky presentò i Giochi su un complesso di 15 canali. La Rai per Rio ha 3 canali tv,  ma presenta i Giochi su 36 canali web.

Cominciamo.


Articolo a cura di Luca Corsolini

Sport Power Mind

Sport Power Mind

Sport Power Mind è la forza di una squadra al servizio dell'atleta; un team di professionisti uniti tra loro dal medesimo obiettivo: liberare il potenziale degli atleti per massimizzare le loro prestazioni. Sport Power Mind utilizza, sia per la formazione, sia durante le sessioni di lavoro con gli atleti, un metodo di coaching unico e distintivo, frutto di studi ed esperienze maturati in anni di attività sul campo.

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