Rugby

Quell’odore di legno fatale al rugbista

By 10 Febbraio 2017Maggio 20th, 2019No Comments

Nello sport la forza non è tutto. Come nella vita. Non basta prendere a spallate gli avversari, correre a zig zag per schivare i pericoli, lanciarsi con la palla oltre la linea di meta. Nel rugby, sport di origini nobili inventato dagli inglesi a fine ‘800, conta assai usare la testa. Ma non come strumento per aprirsi un varco a mo’ di ariete, bensì come grimaldello per gettare il cuore oltre l’ostacolo. E possibilmente, fare un punto più dell’avversario.

Per chi si occupa di coaching sportivo, quello della palla ovale è una delle discipline più coerenti con la tematica dei valori, del rispetto dell’avversario, dell’equidistanza tra dolore e piacere. È uno sport davvero unico, che ti costringe a non far male al tuo nemico sebbene le regole ti consentano di strattonarlo, spingerlo e farlo ruzzolare per terra con tutto l’impeto del caso. Giocare a rugby è un’esperienza vivida ricca di “peak state”, dove il senso di squadra è sempre più importante delle evoluzioni di un singolo. Un team building a cielo aperto. E fango libero.

Intorno poi – sugli spalti, in tribuna o a casa davanti alla televisione – fremono emozionati schiere insospettabili di tifosi corretti, ligi ai dettami del fair-play come i fedeli di un rito religioso. Guai a insultare la curva dei supporter avversari, lungi da loro alzare le mani se non per applaudire. Perché in campo, qualunque sia l’esito della partita, saranno i giocatori a dare l’esempio con un omaggio ai vincitori che profuma di altri tempi. E proprio “terzo tempo” si chiama quella regola non scritta, che prevede una bevuta di birra a fine partita fra uomini di enorme stazza, che fino a poco prima se le sono date di santa ragione. Ma che poi, mescolati fra di loro senza guardare alla fazione, brindano insieme spensierati. E forse anche grati per non essersi fratturati ossa e costole di vario genere!!

Che c’entra – direte voi – l’aspetto mentale, se questi sant’uomini di armadi a muro sono già in grado di autoregolarsi, senza bisogno di grandi interventi dall’esterno? C’entra, c’entra eccome. Perché il coraggio e l’aggressività vanno convogliati secondo binari energetici e disciplina emotiva, e non dispersi a raggio con l’evidente rischio di far male a se stessi e al risultato. La motivazione è – nel rugby più che mai – una forza di gruppo dove tutto deve girare all’unisono, senza cali di tensione eccessiva e con un occhio vispo a calamitare ciò che succede lontano da te, dall’altra parte del rettangolo di gioco, dove qualcuno sta scattando lungo la fascia prevedendo il passaggio smarcante e inesorabile.

Per gestire i 15 elementi di una squadra, un allenatore di rugby dovrebbe visualizzare i suoi uomini stando a non meno di dieci metri da terra, a cavallo di un drone e con un fischietto a nota multipla (e chissà se le panchine del futuro non saranno davvero ad altezza riflettori!!). Un’immagine visionaria che ci è balzata alla mente osservando le fatiche di Conor O’Shea, attuale commissario tecnico della Nazionale italiana di rugby, che nell’ultima sconfitta subita dagli Azzurri (33 a 7 contro il Galles) sembrava obiettivamente disarmato dall’atteggiamento mentale della squadra.

Giusto per la cronaca – si giocava per il 6 Nazioni, il torneo più prestigioso al mondo – l’Italia era in vantaggio 7-3 al termine del primo tempo. Il conto è facile, da prima elementare: come hanno fatto gli uomini di O’Shea a subire 30 punti (a zero) nella seconda parte della gara? Cosa scatta nella testa, già squassata dai colpi, di un rugbista di livello internazionale per arrivare a cedere le armi con tale clamorosa evidenza? Sentite poi i commenti dell’allenatore avversario: “L’Italia per i primi 40 minuti è stata perfetta, una squadra spregiudicata, scorbutica, irritante perché sembrava non cedere mai. Una vera diga rocciosa e impenetrabile!”

Ma allora? Com’è possibile rientrare in campo per il secondo tempo, dopo aver svitato la testa abbandonandola sulla panca dello spogliatoio? “Sono riemersi i vecchi problemi” ha detto con rabbia l’allenatore azzurro, senza rendersi più di tanto conto che così facendo non faceva altro che rafforzare l’atavica identità della Nazionale italiana di rugby. Ovvero quella di essere un team “bello ma perdente”. E come se non bastasse, a rafforzare questo ancoraggio negativo, ci si mette quella simpatica usanza inglese che certo non aiuta.

Conoscete il “cucchiaio di legno”? Il Wooden Spoon è un simbolico titolo secondario del torneo di rugby Sei Nazioni e viene attribuito alla squadra che a fine stagione arriva ultima!! Questo trofeo si rifà a una tradizione dell’Università di Cambridge, secondo la quale gli studenti regalavano ai colleghi che ricevevano i voti più bassi agli esami un cucchiaio di legno in segno di derisione e scherno. Tombola! Se siete appassionati (diversamente giovani) di ciclismo, è un po’ come la ex Maglia Nera del Giro d’Italia… Ancora per la cronaca, nelle ultime 17 edizioni del trofeo “Sei Nazioni”, dall’anno 2000 a oggi, sapete quante volte l’Italia ha portato a casa “l’ambito” trofeo di legno? Undici!! Aiutooo…

In conclusione, se voi foste i mental coach del team azzurro, su cosa lavorereste? In primis su questa zavorra identitaria del cucchiaio di legno, da spazzare via a colpi di ristrutturazione mentale. Poi andrebbero presi tutti gli elementi “perdenti” emersi nel secondo tempo della gara con il Galles – scarsa disciplina di squadra, poca umiltà, fallosità per spezzare il ritmo, ridotta intensità di gioco – e andrebbero switchati (voce del verbo switchare) con ciò che invece di buono ha fatto vedere la squadra (aggressività, coraggio, energia dei giovani, continuità, sostegno del pubblico).

Ripartire dunque dal bicchiere mezzo pieno, anche perché sabato 11 febbraio c’è già una nuova partita da affrontare. Sempre all’Olimpico di Roma, questa volta arriva l’Irlanda (sulla carta ancora più forte del Galles!). L’odore del legno va allontanato, subito. La mente deve richiamare tutte le energie possibili per trasformare il cucchiaio in una spada!

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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