Calcio

Come sciogliere il “groviglio Inter” e tornare a vincere

By Dicembre 14, 2018 Maggio 23rd, 2019 No Comments
inter spalletti

Ci mancavano solo i lucciconi di Wanda Nara, l’altra sera in tribuna a San Siro dopo l’eliminazione dell’Inter dalla Champions, a sigillare un mese orribile per la squadra nerazzurra: una sola vittoria (con il Frosinone) in sette partite, morale a terra, nervi a fior di pelle. E allenatore messo sotto accusa per una mentalità che non porta risultati.

Dal cilindro societario, come antidepressivo, ecco dunque spuntare in queste ore la figura del nuovo amministratore delegato: quel Beppe Marotta che – dopo aver portato i rivali della Juve in paradiso – ora tenterà di riportare la Beneamata ai vertici del calcio che conta. Ma prima ancora, cercherà di analizzare il momento, facendo sedere sul lettino dello psicanalista molti dei protagonisti di questa fase negativa.

Sei le parole chiave che dipingono il quadro deprimente che fa da sfondo all’ambiente interista.

  • Sfida
  • Fiducia
  • Equilibrio
  • Carattere
  • Team
  • Autostima

SFIDA

Un’eliminazione dalla Champions League è sempre un colpo basso alle aspettative del club (in termini economici), dei giocatori (ne va della loro quotazione) e dei tifosi (la delusione di essere esclusi dal circolo delle grandi). In questi casi, tutti i protagonisti – in primis l’allenatore e i calciatori – devono attingere alla propria capacità di superare la sconfitta e accogliere col piede giusto le nuove sfide. Spesso è la medicina emotiva più potente per risalire.

Nel nuovo libro di Javier Zanetti, storico capitano e gloriosa bandiera dell’Inter degli ultimi anni, c’è un capitolo che si chiama “Non temere le sfide”. Per un calciatore, sottoposto quotidianamente a giudizi del suo allenatore, dei tifosi e dei giornalisti, la prima sfida è fare i conti con ciò che gli altri pensano di noi: ed è una sfida dove spesso si è da soli a combattere.

Zanetti spiega bene il fatto che i calciatori non sempre sono disponibili a farsi aiutare nel gestire questa tensione psicologica, difficilmente per cultura sportiva accettano il sostegno di chi invece potrebbe realmente essere d’aiuto: i compagni, la società, la famiglia, un mental coach.

FIDUCIA

Su questo tema, il più coinvolto di solito è l’allenatore. Per abitudine, è il primo a essere messo sotto accusa quando le cose non vanno (soprattutto perché è il cambiamento più facile da operare, qualora sia necessario dare una scossa all’intera squadra).

In questi giorni Luciano Spalletti, che ha dimostrato poca chiarezza nelle scelte tecniche e nella spinta emotiva a beneficio dello spogliatoio, è palesemente “sulla graticola”, come si suol dire. C’è chi gli imputa una scarsa visione di gioco, chi lo ritiene responsabile del calo di rendimento di uomini-chiave come Nainggolan e Perisic. Chi vorrebbe già sostituire Spalletti con tecnici di livello come Simeone o Conte, o addirittura con il regista dello storico Triplete, José Mourinho.

Per un allenatore la fiducia della squadra e dell’ambiente è fondamentale, prima ancora di ottenere i risultati. Ci sono “mister” che restano nel cuore dei club a prescindere dal numero di vittorie, e tecnici che viceversa – nonostante i risultati esagerati – vengono sempre tenuti emotivamente a distanza (è il caso di Max Allegri alla Juve, che non riesce a scaldare il cuore dei tifosi come invece ha fatto Antonio Conte).

EQUILIBRIO

Qui subentra il tema dell’identità. Più volte – lo spiega bene anche Roberto Re nei suoi corsi – si è fatto riferimento ai valori interni di un’organizzazione. L’Inter da tutti viene considerata “pazza”: lo dicono anche le parole dell’inno societario! (“Nerazzurri non fateci soffrire, ma va bene… vinceremo insieme! Amala, pazza Inter amala!”).

Questo per dire che l’equilibrio come caratteristica mentale vincente è quanto di più lontano esista da una squadra consapevole di convivere con la “pazzia” come elemento identitario. Secondo voi come potrebbe sentirsi emotivamente un nuovo calciatore che arriva a Milano e indossa la maglia nerazzurra? Probabilmente un po’ pazzo, in una squadra abituata ai saliscendi improvvisi. Ovvero… pazza!

In questo senso c’è da sperare che l’arrivo di Marotta – manager abituato a ragionare sul medio-lungo periodo – porti stabilità all’intero ambiente, con la prospettiva di riportare la squadra a una dimensione europea, a cui l’Inter ha appartenuto per decenni.

CARATTERE

Molti speravano che l’acquisto di Nainggolan, centrocampista belga proveniente dalla Roma, avrebbe portato “cazzutaggine” in chiave caratteriale. Radja è un ragazzo abituato a lottare, a correre, a sacrificarsi fino al novantacinquesimo. Purtroppo in quest’avvio di stagione è stato penalizzato dagli infortuni e non ha ancora avuto il tempo di lasciare un’impronta mentale all’interno della squadra. Va detto, per dovere di cronaca, che alcuni addetti ai lavori pensano che Nainggolan avrebbe potuto non essere dell’Inter: fosse arrivato prima Marotta (scrive La Repubblica), l’ex ad della Juventus avrebbe fatto riflettere Spalletti sulla reale utilità del centrocampista belga.

Al di là del campione tatuato, il tema del carattere è un punto delicato della formazione nerazzurra. La mentalità conservativa dimostrata contro il PSV Eindhoven ha portato l’Inter a sbagliare l’approccio alla partita. La carica iniziale si è spenta sul palo di Perisic, poi troppe teste sono state occupate dal guardare il tabellone per vedere il risultato del Barcellona al Camp Nou. Sentire la pancia piena e accontentarsi di un pareggio è un errore costato carissimo agli uomini di Spalletti.

TEAM

Il “mister” deve riaccendere una squadra che nelle ultime sette partite ha vinto una sola volta ed è uscita ridimensionata dagli scontri decisivi: non appena si è alzato il livello degli avversari, il gioco di squadra si è sciolto e l’Inter si è come inchiodata. A volte nella prestazione, più spesso nella mentalità. A questo si aggiungono le voci che filtrano dallo spogliatoio, secondo le quali alcuni protagonisti non contenti della gestione tecnica, avrebbero un po’ mollato la presa in attesa di nuove destinazioni. È ciò che sta accadendo alla Roma di Eusebio Di Francesco e alla Lazio di Simone Inzaghi. Ma quando la squadra non si compatta nelle avversità – e molti iniziano a pensare in proprio – gli scricchiolii possono trasformarsi in falle. Il lavoro da mental coach, solitamente fatto dall’allenatore, potrebbe invertire la polarità: ma non tutti i tecnici sono bravi allo stesso modo nella gestione di uno spogliatoio ricco di “prime donne”.

AUTOSTIMA

Parola che significa molto ma di cui non tutti apprezzano il valore. Per un team, avere autostima significa saper far “fronte comune” rispetto alle difficoltà. Significa essere consapevoli del proprio valore ed essere pronti ad aiutare i compagni laddove ci siano crepe caratteriali o periodi di cedimento mentale. Per l’allenatore di calcio, rinsaldare la propria autostima fa la differenza perché è lui il primo bersaglio della critica e dei tifosi: vi piacerebbe vivere con l’ansia che un collaboratore esterno della vostra azienda non vede l’ora di subentrare al vostro posto?

Per Spalletti, leggere ogni giorno sulle varie gazzette sportive la lista di possibili sostituti alla sua panchina – lista composta da personaggi vincenti e ingombranti come Antonio Conte o José Mourinho – rappresenta senz’altro uno stillicidio da far saltare nervi a chiunque. Ecco perché la considerazione oggettiva del proprio valore dev’essere un baluardo mentale contro i venti di tempesta.

Insomma il “groviglio Inter” è una partita soprattutto mentale. Che tutti devono giocare per mantenere la rotta verso gli obiettivi stagionali. L’arrivo in società di Beppe Marotta, nel ruolo di vecchio nostromo del calcio italiano, è senz’altro l’unica nota positiva in queste settimane di lacrime argentine. E sono argentine le ultime parole di Zanetti, che commentando l’arrivo di Marotta ha detto con semplice onestà: “Il mio augurio è di aumentare i ricavi dell’Inter, così la parte sportiva può fare una squadra sempre più competitiva”.

Come dire: diamo a Marotta i capitali da investire. Sarà lui ad aiutarci a risollevare il livello di fiducia, equilibrio, carattere, team, autostima e senso della sfida che in questo momento latita dalle parti di Appiano Gentile.

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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