Calcio

Inter, una squadra convinta di essere “pazza”

By Aprile 14, 2017 Maggio 17th, 2019 No Comments

“Meglio essere forti nell’animo che nel corpo” diceva Pitagora da Crotone. Proprio quel Crotone che domenica scorsa ha reso evidenti le mollezze psicologiche di una squadra immatura e in grande difficoltà mentale. L’Inter di Pioli, sconfitta in Calabria sette giorni dopo aver subìto in casa una batosta contro la Sampdoria, affronta il derby con il Milan con uno stato d’animo sottozero.

Dosi massicce di mental coaching aiuterebbero a rimettere in pista le energie giuste, anche perché non è facile risollevarsi dopo che la stampa sportiva ha parlato di atteggiamenti sconcertanti, di giocatori presuntuosi e arroganti, di mancanza cronica di fame agonistica. Quella fame che la Juve di Allegri ha ben dimostrato di avere l’altra sera contro il Barcellona, sonoramente sconfitto per 3-0 allo Stadium di Torino.

“Il Crotone pareva il Barcellona dei tempi d’oro” ha scritto qualcun altro, riferendosi a quella reazione orgogliosa che la squadra spagnola ha avuto qualche settimana fa, nella remuntada contro il Paris Saint German, battuto per 6-1 al Nou Camp nel ritorno degli ottavi di Champions League.

Mai sazi, mai sicuri che la propria qualità sia sufficiente per battere le squadre più deboli. Così ragionano i grandi club, i grandi allenatori, i grandi campioni. Ma questo è uno dei punti deboli dell’Inter: a Crotone, professionisti che guadagnano milioni di euro sono scesi in campo convinti che la superiorità di classifica e di blasone potesse bastare a fare un sol boccone di una squadra neo promossa che naviga nelle tristi acque della zona retrocessione.

Citando altri osservatori, l’atteggiamento fisico e mentale dell’Inter è stato quello di un dipendente pubblico svogliato (ovviamente non tutti lo sono) che per mezza giornata se ne sta con i piedi sul tavolo a leggere il giornale e solo dopo pranzo decide di cominciare a fare qualcosa. Perché i nerazzurri steccano sempre il momento della svolta? Perché quando sono a un passo da un successo – sia pur parziale come poteva essere quello di raggiungere la zona Champions puntando al terzo posto in classifica – gli interisti si ammosciano, non tirano fuori l’anima, come direbbe Pitagora?

C’è un’intera letteratura che tenta di spiegare i malesseri mentali di un club che – andato via Mourinho (a nostro avviso l’uomo giusto in grado di tenere a bada i procuratori e scuotere quel tipo di ambiente) – stenta a ritrovare un’identità idonea alla storia del club. Perché essere svampiti, distratti, irresponsabili continua a essere un tratto caratteristico dei giocatori in campo?

Fra le tante cause, ne vogliamo segnalare due, che afferiscono in particolar modo alla componente mentale. La prima è il modello di leadership. L’Inter dei cinesi (e prima quella dell’indonesiano Erick Thohir) dovrebbe guardare meglio a come i grandi club europei gestiscono i giocatori, i vivai nostrani, il rapporto con i media. Non per citare la sempre nominata Juventus, ma questo è proprio ciò che accade quando a Torino arrivano giocatori come Vidal, Tevez, Caceres e lo stesso Pogba, ovvero ragazzi con la testa calda che capiscono di trovarsi in un ambiente dove sotto l’aspetto caratteriale non si scherza.

L’ultima componente è più sottile e riguarda le credenze relative all’identità. L’Inter ormai da molti anni ha la convinzione di essere una squadra “pazza”: ne ha fatto addirittura un inno!! Può darsi che una formazione ogni tanto scenda in campo con il timore dell’improvviso black-out: capita anche ai grandi club europei e alle Nazionali. Ogni tanto si spegne la luce e a livello mentale non è facile riprendere la partita in mano. Ma renderlo addirittura un brand, farne un posizionamento, comunicarlo come una componente del DNA societario (“Pazza Inter”) a nostro avviso è un’operazione parecchio rischiosa. Provate a immaginare uno straniero che arriva nuovo all’Inter e come prima cosa si mette ad ascoltare l’inno societario, quella canzone che ottantamila persone allo stadio gridano con orgoglio come fosse un segno distintivo. Capire di essere arrivati in una squadra “pazza” – cosa peraltro accettata da tutti – che tipo di influenza potrà avere nel suo immaginario di credenze? Se farò il pazzo, sarò coerente e accettato da tutti!

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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