Calcio

Fischia che ti passa (lo stress!)

By 14 Marzo, 2017 20 Maggio, 2019 No Comments

Parlando di polemiche e tensioni relative al calcio, c’è un episodio curioso che riguarda il miglior arbitro italiano di tutti i tempi: Concetto Lo Bello da Siracusa. Lo Bello è rimasto sulla breccia fino a 50 anni di età, quando diventa l’arbitro più anziano a dirigere una partita internazionale, la finale di Coppa Uefa tra Tottenham e Feyenoord. Protagonista di ben 93 partite internazionali, vanta il record di direzioni in serie A: 328 gare. Più dei numeri (e della sua fama di politico e dirigente sportivo), la giacchetta nera siciliana è storicamente ricordata per l’autorevolezza che tutti in campo gli hanno sempre riconosciuto. L’aneddoto che molti rammentano riguarda la sua sportività: ospite in una Domenica Sportiva del 1972, ammette l’errore nel non aver concesso un rigore al Milan per un fallo dello juventino Morini su Rivera. Quel giorno, dicono le cronache, nasce la moviola. Ma soprattutto si intuisce la potenza comunicativa di far parlare un arbitro davanti alle telecamere.

Prima di addentrarci nel perché gli arbitri di oggi hanno più che mai bisogno di lavorare con uno sport mental coach, chiediamoci a priori come mai l’AIA (Associazione Italiana Arbitri) disattende ciò che aveva annunciato alla fine della scorsa stagione: ovvero che i fischietti avrebbero finalmente potuto parlare a fine gara, per spiegare le decisioni prese, ammettere gli errori fatti in buona fede e specialmente stemperare qualsiasi polemica e retroscena giornalistico. Peccato però che la categoria arbitrale e i vertici dell’associazione non abbiano mai dato seguito a questo proposito, semplice ed efficace al tempo stesso.

Da qui discende molta della tensione e dei livelli di stress che un arbitro di calcio prova prima, durante e dopo una qualsiasi gara di campionato. In una nazione che ha dato i natali ad arbitri della statura di Rizzoli (il fischietto emiliano ha vinto due volte, fra il 2013 e il 2016, il premio calcistico assegnato dall’IFFHS al miglior direttore di gara del mondo), si continua a discutere ogni domenica se il rigore fischiato alla Juventus sia giusto o sbagliato ai termini di regolamento.

La sintesi di quanto stiamo dicendo è racchiusa in una frase dello stesso Rizzoli: “Chi parla di calcio ha giocato almeno una volta a pallone. Ma quelli che parlano di arbitri non hanno mai arbitrato!”. Il mestiere dell’arbitro è davvero complicato. Intanto deve essere un atleta, perché in partita corre più dei calciatori per stare sempre dentro l’azione. Poi c’è lo stress. Per l’arbitro ogni fischio è un’azione senza possibilità di ritorno – One shot, one kill – e anche quando decide correttamente, metà del pubblico non condividerà!

Per tenere a bada gli altissimi picchi di stress, occorre restare molto centrati su se stessi, indifferenti ai giudizi altrui, ma senza sconfinare nell’arroganza e annullando il proprio ego. Pensate sia facile essere impermeabili alle critiche dei giocatori, del pubblico, degli allenatori, dell’osservatore che redige il rapporto a fine partita? Solo coltivando una buona dose di autostima, e mantenendo ottime doti di equilibrio, si riuscirà a gestire le interferenze esterne.

Mai come in questa situazione la formula di Tim Gallway – scrittore e mental coach di successo, che indica la Performance come la differenza fra il Potenziale e le Interferenze – spiega il nucleo della questione. Quando l’arbitro sbaglia, cosa accade nella sua testa? Se è un soggetto debole, avrà reazioni negative: applicherà la legge della compensazione, cercando di favorire chi ha subìto il torto. Peccato che mettere una pezza renderà il comportamento peggiore dell’errore. Il problema infatti non è sbagliare, ma rimediare perseverando nello sbagliare. Chi invece accetta il proprio errore come elemento possibile, continuerà a condurre la partita con equità e identico metro di giudizio, coltivando un dialogo interno sano e un atteggiamento da “resiliente”.

La personalità e la preparazione dell’arbitro sono giudicate da come sa reagire alle situazioni di gara, proprio come nel caso dell’autorevolezza di Lo Bello: più la partita è ispida – con giocatori campioni nelle simulazioni, ricca di situazioni di difficile interpretazione – e più deve emergere la capacità del direttore di gara. I calciatori (non solo in serie A) oggi più che mai esprimono forti personalità, cercando di condizionare l’operato dell’arbitro. Il fischietto mentalmente solido (che deve esercitare la propria leadership in maniera assertiva) è colui che si limita a guidare, non a comandare. Esercita il proprio controllo sulla gara gestendo al meglio i comportamenti dei giocatori. Il linguaggio del corpo – tema su cui i mental coach battono molto – diventa fondamentale per far capire a tutti che il suo comportamento non potrà mai essere condizionato.

Grazie alla capacità di gestione della gara (e dimostrando di essere un soggetto preparato e autorevole), l’arbitro verrà accettato da tutti e le sue decisioni saranno condivise anche dai giocatori in campo, senza proteste. Il direttore di gara centrato e preparato mentalmente è il leader in campo: non dovrà dispensare severità gratuita e sanzioni frutto dell’esaltazione del proprio io. Al contrario, saprà dialogare, mantenendo il controllo e il polso della situazione.

Ecco perché arbitri e mental coach devono lavorare a braccetto. L’arbitro deve dedicare all’aspetto mentale la stessa cura che dedica agli aspetti tecnici, di preparazione fisica e atletica. Fondamentale in questa preparazione la parte sul dialogo interno, il lavoro sulla leadership, sulla fisiologia, sul focus. Il fischietto mentalmente preparato garantisce maggiori probabilità di prestazioni di successo anche dal punto di vista dell’ansia da prestazione che si manifesta prima di una partita importante. Per un mental coach lavorare con un arbitro è una magnifica esperienza, perché racchiude tutta la casistica di lavoro che si ritrova negli atleti. Inoltre è di estrema soddisfazione preparare dei professionisti ad affrontare con successo situazioni cosi complesse. Evitando così di pronunciare la fatidica frase: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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