Calcio

Caso Dybala, perché la Joya può diventare tristezza

By Ottobre 19, 2017 Maggio 17th, 2019 No Comments

La Juve è disconnessa, ovvero è una questione di testa. Lo scrivono (e lo dicono) un po’ tutti dopo l’ennesima prova scialba in Champions League contro lo Sporting Lisbona, portata a casa grazie a uno che la testa ce la mette, anche fisicamente (di Mario Mandzukic la zuccata finale che ha tolto la squadra di Allegri dai guai, decretando il 2-1 finale).

“Non siamo brillanti, serve più sacrificio” ha detto a fine gara il mister Allegri, che ha poi aggiunto: “È ora di riconnettersi”. Ecco dunque la parola chiave: disconnessione. Che per una squadra di quei livelli, non è proprio una criticità qualunque.

Quali sono le possibili cause, dovrebbe chiedersi un mental coach, che portano personaggi del calibro di Paul Dybala a Gonzalo Higuain a “spegnere la luce”, a sbagliare rigori, a centrare pali clamorosi quando fino all’anno scorso quei palloni finivano dentro?

Per Dybala, ora il dischetto è un incubo. Contro la Lazio in campionato, all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero, Dybala si fa stregare da Strakosha sbagliando il rigore che condanna la Juve. Come era successo a Bergamo, dove la parata di Berisha ha tolto due punti ai bianconeri. Perché ogni scelta di tiro o di passaggio appare fiacca? Perché la Joya è diventata tristezza? Cosa passa nella testa dei giocatori, nella fattispecie in quelli della Juve, reduci da 6 scudetti consecutivi e da due finali di Champions in 3 anni?

Credenza numero 1: possiamo recuperare, siamo la Juve.

Stagione 2015-2016. Il 28 ottobre Gigi Buffon striglia pubblicamente la squadra dopo la sconfitta esterna per 1-0 contro il Sassuolo: “Non voglio fare figure da pellegrino”. Forse il momento più basso della stagione italiana della Juventus. Si può dire che la cavalcata-scudetto parta proprio da quel momento, perché la svolta è questione di giorni. Da quella sconfitta, i bianconeri non perdono più e inanellano quasi tutte vittorie a cominciare dal derby del 31 ottobre: 24 in 25 partite, raccogliendo 73 punti su 75, un record per il nostro campionato.

Credenza numero 2: dopo 6 campionati vinti, diminuisce la fame di vittorie.

Tutti lo dicono, qualcuno comincia a crederci. Sebbene nel Dna della società bianconera sia presente da sempre il valore “non mollare mai, dopo ogni vittoria bisogna pensare a quella successiva”, è pur vero che la presenza di calciatori di diverse nazionalità, specialmente di sudamericani abituati a festeggiare i successi in modo poco juventino, alla lunga possa portare a tracce di repressione emotiva. La tesi però è controversa. Va bene i campioni alla Dybala o i senatori che hanno già vinto diversi scudetti: ma perché a non brillare sono anche nuove leve tipo Benatia?

Credenza numero 3: la VAR diminuisce la sudditanza psicologica degli arbitri.

Senza entrare nel merito di chi sostiene che i direttori di gara fischino sempre in favore dei potenti, la Juve sembra aver sofferto in questi primi mesi l’introduzione della moviola in campo, che in qualche modo tende a ridurre il divario delle ingiustizie. Sentirsi non più privilegiati rispetto a prima potrebbe togliere qualche sicurezza ai difensori, più timorosi rispetto a un tempo a intervenire sperando di farla franca (tipo Lichtsteiner).

Credenza numero 4: Allegri viene dato in partenza.

Questo è un altro grande classico che genera demotivazione psicologica. La squadra sente che l’allenatore ha meno voglia di restare a combattere (i giornali scrivono già il nome del successore, nel caso della Juve sarebbe l’attuale tecnico della Lazio, Simone Inzaghi). I giocatori percepiscono che la società non ha più piena fiducia nel suo mister, che i tifosi iniziano a vederlo sulla panchina di qualche altro club europeo… Insomma, l’aria di smobilitazione non fa mai bene al dialogo interno, a quel meccanismo mentale che dovrebbe spingere gli atleti a mille verso la vittoria proprio nei momenti di sofferenza e di scarsi risultati. Allegri nega, ma è pur vero che i suoi ragazzi qualche dubbio ce l’hanno. E se Dybala ha resistito all’assalto delle grandi società di mezzo mondo, e la Juve l’ha dichiarato incedibile, con la partenza di Allegri qualcosa potrebbe cambiare anche nella formazione juventina delle prossime stagioni.

Credenza numero 5: non posso caricarmi da solo la squadra sulle spalle.

Dybala ha visto che quest’anno Higuain non gira a mille come l’anno scorso. Anche Gonzalo è alle prese con i fantasmi mentali, con ancoraggi negativi legati alla sua esclusione dalla Nazionale argentina, con i compagni che lo hanno ridimensionato nei comportamenti dopo i capricci della scorsa stagione. La Joya ha proiettato questa immagine di se stesso che per tenere alta la classifica – e non perdere colpi rispetto a rivali insidiose come il Napoli, la Roma e l’Inter – dovrebbe spendersi il doppio, come d’altronde ha fatto in queste prime giornate con i suoi dieci gol segnati. Quando percepisci che non potrai mai rifiatare, il tuo fisico mette in campo meccanismi di difesa e autoconservazione.

Credenza numero 6: i paragoni con Messi.

Anche questa non fa bene ai giocatori (vedi caso Bonucci). Un giorno sei proiettato nell’Olimpo degli Dei immortali, paragonato a Maradona, Messi, Superman e l’Uomo Ragno. Dopo due rigori sbagliati scendi nella polvere come un povero cristiano qualsiasi. Il calcio, più ancora degli altri sport, vive di continue alternanze, di sbalzi da montagne russe che abbatterebbero qualunque persona impreparata. Si dice che i professionisti dello sport siano pagati tanto proprio perché devono reggere pressioni mostruose. Ma quando Narciso fa capolino, e nel selfie con Messi ti fa brillare a discapito della Pulce, allora qualche tentazione di montarti la testa ti viene.

Credenza numero 7: la frequentazione dei reietti.

Ultima ma non ultima. Alla Juve Dybala è adorato anche in società, ma è pur vero che a Torino, in sede bianconera, i dirigenti hanno da sempre inculcato il valore che il club (e il suo piano industriale) viene prima dei giocatori. I campioni, vedi Pogba, possono andarsene a cuor leggero: nessuno tra gli Agnelli e gli Elkann li rimpiangerà. Con quel gruzzolo arriverà qualcuno di più forte, succede sempre così. Questo per dire che a qualcuno non sfugge la frequentazione che Dybala continua ad avere con Dani Alves, il centrocampista brasiliano che ha divorziato dal club dopo una sola stagione trascorsa in maglia bianconera. Alves è stato molto critico verso il suo ex club, durante l’estate ha sostenuto che alla Juve non ci si diverte, che il clima dello spogliatoio è triste, che le regole sono militaresche (cosa che sostenne un tempo anche Cassano, il quale avrebbe rifiutato il trasferimento a Torino). Dybala dunque come un corpo estraneo, almeno in termini di mentalità extra-calcistica?

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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