Calcio

Superarsi quando si è già super

By 15 Aprile, 2016 23 Maggio, 2019 No Comments

Quali sono le motivazioni che spingono un già campione che possiede praticamente già qualsiasi trofeo e giunto a una certa età, a superarsi ancora andando oltre la barriera dell’immaginabile?

Quando si parla di superarsi, di andare oltre alle barriere dell’immaginabile, mi viene in mente una partita.

È il 9 aprile 2016 e siamo al 14esimo minuto di un Milan-Juventus sullo 0 a 0 che già dai primi minuti ha dimostrato di non voler annoiare, quando viene assegnata una punizione ai rossoneri da media distanza.

Mario Balotelli, 25 anni, si piazza sul pallone.

Batte. La parabola della sfera è diretta verso l’angolino basso del primo palo.

È di una precisione millimetrica, sembra irraggiungibile. San Siro è pronta a esplodere e i giocatori si preparano a guardare la rete gonfiarsi, a esultare per il vantaggio.

Tutti in quell’ istante sembrano essersi dimenticati una cosa molto importante: in porta c’è un signore che si chiama Gianluigi Buffon.

Buffon, che pochi giorni prima ha stabilito il maggior record di imbattibilità: 974 minuti, un primato assoluto mai visto in Italia.

Quasi mille minuti senza prendere gol. Pazzesco.

Un record quello del custode dei pali della Juventus, raggiunto a 38 anni, età in cui un portiere, che ha una carriera nella media comunque più longeva rispetto a un giocatore di movimento, si affaccia verso un periodo di flessione fisica e mentale agli ultimi anni della carriera.

Tornando alla partita di San Siro, non sarà quella l’unica prodezza di Gianluigi Buffon nel corso dei 90 minuti.

Al sesto del secondo tempo ancora Balotelli di fronte al gigante di Carrara si vede neutralizzare un tiro praticamente a colpo sicuro, a pochi metri dalla porta.

Tiro respinto ancora sui piedi dell’attaccante che questa volta sembra non dover far altro che spingere la palla in porta, con Buffon a terra.

E invece l’ennesimo miracolo di SuperGigi già battuto che supera sé stesso deviando il tiro sulla traversa.

Al termine della partita verrà confermato come MVP, giocatore più decisivo e migliore in campo.

Il succo della storia è che Buffon non solo non è assolutamente pronto a smettere, ma ha ancora fame di vittorie, sia a livello di club sia personali.

Ha ancora voglia, dopo una carriera da protagonista assoluto con la sua Juventus e con la nazionale, di essere decisivo, di giocare al massimo. Di alzare l’asticella.

Motivazione inesauribili, tutto qui.

Forse quello che tutti gli sportivi, soprattutto quelli non più giovanissimi, dovrebbero chiedersi è: ma dove si trova questa fonte inesauribile di motivazioni?

Eppure la vita del numero 1 al mondo non è costellata di sole vittorie e successi.

Spesso ci dimentichiamo che anche i migliori sono esseri umani perfettamente identici a noi, che vivono sul nostro stesso pianeta e che non sono in nessun modo esonerati dalle sofferenze e dai problemi che derivano dalla vita di tutti i giorni.

Forse dovrebbero essere proprio loro, proprio i migliori a mollare quando le difficoltà diventano mostri troppo grandi, quando mettono in discussione tutto il loro prestigio.

Forse, si pensa,  se una persona è abituata a soffrire, o a fallire, magari prima o poi ci fa il callo. Mentre un super campione di fronte al fallimento si trova spiazzato, spaesato, sente il proprio mondo di luci sgretolarsi sotto ai suoi piedi e non trova il modo di rialzarsi.

Ebbene succede anche questo, nel mondo dello sport, o del cinema o in qualsiasi altro campo dove le prestazioni del singolo sono al centro di tutto.

Succede che il portiere destinato a diventare il più forte di sempre, con un futuro radioso, grandi poteri e ancor più grandi responsabilità, a 25 anni viene assalito dalla depressione, perché spesso anche l’uomo stesso si dimentica dell’uomo.

E allora lì non sei più il supereroe, ma sei un uomo debole come gli altri e forse anche di più, perché lo “sbalzo di temperatura” dal calore del successo al freddo polare della depressione è molto, molto alto.

il grande campione non deve più superarsi, ma rialzarsi

Ma Gianluigi Buffon si è rialzato sulle gambe che tremavano, si è rimesso in piedi appoggiandosi su quelle manone che tre anni dopo hanno sollevato i cuori di tutta Italia ed è diventato il portiere più forte di tutti i tempi.

Forse è stata proprio quell’ esperienza a regalare allo sportivo la fonte inesauribile di motivazioni che gli ha permesso di superarsi, andando  oltre alla depressione,  oltre al record di imbattibilità,  oltre ai 4 scudetti consecutivi avvicinandosi a toccare il quinto tricolore all’ età di 38 anni.

Chi può dirlo?

Forse nessuno, ma qualcosa su cui riflettere c’è e riguarda il meccanismo che porta il numero 1 al mondo a voler essere ancora più numero 1, a voler sottolineare ogni giorno, ogni domenica, ogni partita, la propria superiorità agli altri senza adagiarsi mai sugli allori.

Come succede che il più forte decide di superarsi anche quando è già super?

Succede che la mente è appagata quando non è più nel presente, quando non sei focalizzato su ciò che stai facendo o vivendo nell’istante in cui avviene.

La sensazione di appagamento giunge o quando vivi nel passato o quando vivi nel futuro, quando sei più concentrato su quello che hai già fatto o su quello che potrai, anzi non potrai più fare.

Per essere più chiari: un campione trova le proprie motivazioni solo ed esclusivamente nella partita che sta giocando in quel momento e che gli permetterà di avvicinarsi sempre di più al prossimo trofeo, scudetto, alla prossima medaglia o alla prossima coppa.

Perché nel passato sai già di essere stato un campione, ne hai piena consapevolezza perché è già successo, è come riguardare un film già visto perché sai già che ti piacerà, e così trovi la sicurezza in quello che sai che non potrà cambiare in nessun modo. Il tuo passato.

E in quel momento che perdi la motivazione e ti fermi, non alzi più l’asticella, rimani un campione e basta quando sei a un passo dal diventare il più grande dei campioni di sempre.

Se avesse iniziato a pensare in questo modo forse Buffon si sarebbe fermato alle vittorie dell’anno scorso, forse la Juventus ora sarebbe di fronte a una rincorsa disperata per lo scudetto, forse quella punizione in quel Milan-Juve di San Siro sarebbe entrata in porta.

Ese invece avesse già iniziato a pensare al futuro e all’età che avanza come un limite?

Se avesse avuto già la testa al futuro  il dialogo interiore di Buffon sarebbe stato questo, magari un paio di anni fa:

“Sono al top della mia carriera, ho 36 anni e ho vinto praticamente tutto. Cosa posso chiedere di più ancora al mio futuro? Voglio dire, guardiamo in faccia alla realtà. L’anno prossimo avrò 37 anni, l’anno dopo ancora 38. Mi aspettano magari altri 4 o 5 anni di carriera e voglio arrivare a giocare al Mondiale, ma la realtà è che da ora in poi inizierò a calare. Il mio fisico non è più reattivo come a 30 anni, gli allenamenti iniziano a farsi sentire. La vista fra un paio d’anni inizierà a calare, e così anche la forza muscolare. Direi che ho già chiesto tantissimo al mio fisico e sono soddisfatto della mia carriera. NON POSSO PIU’ CHIEDERE TROPPO.”

A volte la mente degli sportivi avanti con l’età elaborano questi discorsi demotivanti.

Certo che per i portieri è diverso perché sono di media più longevi, ma non è raro che passati i 35 anni anche i portieri più validi delle serie maggiori iniziano ad abbassare l’asticella, complici anche i dirigenti e i procuratori che inizieranno a chiedere stipendi più bassi, a fargli giocare sempre meno minuti e iniziare ad abituarsi a fare a meno di loro.

Ma i grandi campioni come Buffon non si svalutano, e questo accade perché sono loro stessi i primi a non svalutarsi.

Non esistono dialoghi interiori demotivanti legati a età, dirigenza o altri fattori esterni che possono influire sul futuro. Non esistono pensieri ancorati ai successi del passato, alle coppe che si hanno già vinto.

Esiste solo quel pallone che sta per volare in rete, così vicino al primo palo e che so di poter raggiungere, esiste solo Balotelli davanti a me che sta per battere in rete e che, diavolo, siamo sull’ 1 a 1 e devo assolutamente fermare quel tiro, anche se sono seduto per terra non importa, prendere gol non esiste in nessun modo.

La sensazione di appagamento ti coglie quando sei a un passo dal cielo ma ti convinci di essere già una stella.

La realtà è che adesso, in questo momento che stai vivendo ora, sei un uomo uguale identico a tutti gli altri.

Come avrai capito, questo meccanismo di focalizzazione sul presente funziona anche se non sei Buffon, anche se sei uno sportivo che ha ancora voglia di vincere e superare i propri limiti nonostante il rischio di sentirsi appagato o l’influenza di fattori esterni condizionanti.

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