Calcio

Moise Kean, 16 anni e (non) sentirli?

By Novembre 22, 2016 Maggio 20th, 2019 No Comments

Esordire a 16 anni in Serie A senza perdere la testa. Restando con i piedi per terra, nonostante tutto il mondo juventino, e non solo, abbia visto il suo ingresso in campo, la sua voglia di ritagliarsi un posticino fra le celebrità. Per Moise Kean, quella di sabato 9 novembre 2016 è stata una giornata davvero speciale, con emozioni fortissime, da incorniciare e ricordarsi per tutta la vita. Il giovane vercellese, italiano con genitori della Costa d’Avorio, ha indossato la maglia della Juventus negli ultimi 7 minuti (più recupero) della gara casalinga contro il Pescara, con il risultato già acquisito di tre reti a zero.

Kean ha scritto un record che lo accompagnerà negli annali del massimo campionato italiano: è stato il primo atleta nato nel 2000 a calcare i campi della Serie A. Moise ha bruciato le tappe fino all’esordio di sabato, a 16 anni, 8 mesi e 23 giorni (il giorno prima della sua nascita, il suo capitano Buffon, alla quinta stagione al Parma, incassò 4 gol al Tardini dalla Fiorentina). Giocatore molto potente ma al tempo stesso veloce e tecnico (alto 1,82 centimetri, ha una muscolatura superiore rispetto a quella dei suoi coetanei), Kean ricorda un po’ Mario Balotelli, non solo per i genitori africani, ma anche per ruolo (punta centrale), tecnica, velocità, potenza e senso del gol.

Dopo la partita ha fatto due cose. La prima è postare su Instagram un breve video con la sintesi del suo ingresso in campo, e la frase “Beh che dire, contento per il mio esordio in serie A nonostante la mia età ma è solo l’inizio si punta sempre più in alto. #Dieuestdieu” La seconda è stata incontrare suo fratello maggiore in albergo, abbracciarlo e mettersi a piangere per sciogliere la tensione accumulata.

Mi rivolgo ora agli atleti che leggono questo blog, ma soprattutto ai coach e aspiranti coach che hanno a che fare con ragazzi giovani, già proiettati verso il successo e i guadagni milionari. Non sappiamo se Kean si monterà la testa, se diventerà esuberante come il suo collega Balotelli, che proprio per i suoi comportamenti (e per la sua discontinuità in campo) non ha trovato in Italia uno spazio adeguato alla sua classe innata. Non sappiamo neanche se Moise, che sa emozionarsi (le lacrime del dopo-partita) e sa puntare in alto (come ha scritto su Instagram), troverà l’equilibrio da professionista come hanno fatto prima di lui campioni del calibro di Gianni Rivera e Andrea Pirlo, anche loro esordienti minorenni nella massima serie.

Gianni Rivera all’esordio con l’Alessandria – 2 giugno 1959, aveva 16 anni

Ciò che conta, lo sanno bene i coach, è l’ambiente che circonda questi ragazzini, ancora studenti nello spirito eppure già costretti a confrontarsi con la vita adulta, con la fatica degli allenamenti, con la ghigliottina della critica e con il denaro, che a quell’età – specie se è tantissimo nelle tasche dei calciatori – fa bruciare teste e carriere in poco tempo.

Là fuori il mondo è pieno di insidie ancora più esagerate di quelle che possono aver provato stelle sportive come Amedeo Amadei (in campo nel 1937, a poco più di 15 anni, con la maglia della Roma) o giovanissimi resi celebri in altri sport, meno pagati e più defilati rispetto ai riflettori del calcio. Lo sanno bene i coach che quando un giovane diciottenne – magari già milionario per i contratti fatti con grandi squadre – si ritrova a guidare una Ferrari acquistata in contanti o prestata dagli sponsor, il mondo viene in breve tempo sciolto sotto i piedi, magari con contorno modelle in cerca di fama, che lo corteggiano e lo fanno sentire un Dio. Lo sanno bene le famiglie, i coach, gli atleti che ci sono già passati, e soprattutto i procuratori – quelli che per il proprio interesse puntano a spillare soldi a 360 gradi – che una miniera d’oro come un ragazzo dai piedi magici è molto difficile da gestire.

Per questo, essere un bravo coach contribuisce a preservare dei piccoli patrimoni dell’umanità sportiva. È una responsabilità per te che richiede grandi esperienze sul campo, ma anche una guida da parte di coach esperti, in grado di lavorare sull’atteggiamento mentale vincente per aiutarti ad alleggerire lo stress da prestazione, cogliere le opportunità e trasformarle in occasioni vincenti.

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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