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Cinciarini-Bellerba, i vantaggi di vivere con un mental coach

By Novembre 9, 2018 Maggio 17th, 2019 No Comments

Mentre la sua Fortitudo procede imbattuta in testa al girone Est nell’A/2 di basket, uno dei protagonisti della formazione bolognese, Daniele Cinciarini, si racconta a Sport Power Mind in un’intervista doppia con la sua mental coach, Mara Bellerba, con cui guarda caso è sposato da dieci anni!

Daniele, in una recente intervista hai detto che tua moglie Mara (ex campionessa di tennis e oggi mental coach di successo per Sport Power Mind) rappresenta il segreto del tuo equilibrio mentale in campo. Quali sono le 3 cose più importanti che senti di aver migliorato grazie al lavoro con lei?

Sono moltissimi gli aspetti in cui mi ha migliorato. Ma se devo sceglierne solo tre, allora parto dalla concentrazione: ora sono costante nel mantenerla durante tutto l’arco della partita, specialmente nei momenti difficili dove è necessario giocare con ‘la mano fredda’. La seconda è la fiducia in me stesso, che riesco ad avere anche nei momenti peggiori, per esempio durante gli infortuni di cui ne so qualcosa. Anche quando per qualche motivo segni meno canestri, o magari quando la squadra non sta andando bene, la sfiducia ti aspetta dietro l’angolo. Ma ora io penso sempre al bicchiere mezzo pieno, che tanto c’è la farò: è un aspetto importante che mi piace trasmettere anche ai compagni. Come terza direi l’autocontrollo, nel caso degli arbitri in primis, perché se fuori dal campo sono una persona tranquillissima, sul parquet mi trasformo. A inizio carriera non era facile controllare il mio agonismo, spesso mi attaccavo con arbitri o avversari, ora capita di rado. Anche quando il pubblico ti grida contro: all’inizio mi infastidiva, ora ci faccio su una risata e mi carico ulteriormente.

Mara, quali sono dal tuo punto di vista i 3 aspetti principali sui quali Daniele è cresciuto nel tempo?

Daniele è maturato tantissimo: ora in campo è un ‘uomo’ che prende le decisioni giuste al momento giusto, il giocatore al quale passare l’ultima palla. È sempre stato molto determinato nel raggiungere un obiettivo, che in questi casi può essere un canestro (infatti il suo soprannome è il russo). In passato su questo a volte andava fuori giri, ora invece è diventato un plus. Un altro aspetto dov’è cresciuto è nel rapporto con gli altri giocatori. Prima era un po’ un ‘solitario’, ora è l’uomo spogliatoio, sia dentro che fuori dal campo. Non a caso i nuovi arrivati in squadra, gli americani o i giovani, si rivolgono spessissimo a lui per un consiglio o una parola di conforto. Prima era più individualista. Ora è capace di trascinare la squadra nei momenti difficili, mettendosi sempre al servizio del risultato. Vederlo così trascinatore, per un mental coach è un successo immenso, specialmente perché non lo fa con le parole ma con i fatti: ed è veramente bello vederlo in campo. Molte volte lo porto come esempio per gli altri miei atleti. Infine posso dire che Daniele è migliorato nell’ottimizzare il tempo che ha. Prima aveva bisogno di molto tempo per realizzarsi in partita, ora riesce a fare bene anche con meno minuti (tra l’altro questa è una dote fondamentale per un sesto uomo).

A proposito di “sesto uomo”, la parola passa a Daniele. Come si vive mentalmente questo ruolo, ovvero di atleta che può partire dalla panchina e deve farsi trovare sempre pronto in campo?

Il sesto uomo viene da molti sottovalutato. È invece fondamentale perché è un ruolo che può spezzare le partite, che può dare una svolta. Infatti nel NBA vincere il premio del sesto uomo è molto importante. Partire dalla panchina non significa non essere in campo nei minuti clou della partita, o nella fase finale dove conta: anzi a volte è un vantaggio entrare quando gli altri sono un po’ stanchi. Le squadre vincenti hanno sempre un sesto uomo di qualità. Quelle invece che puntano solo sui titolari, generalmente dopo un’andata molto forte non riescono poi a mantenere questo andamento fino in fondo al campionato: e questo non permette di lottare per obiettivi prestigiosi, tipo una promozione diretta o dei play off di rilievo.

Restiamo sul tema. Mara, per un atleta, il fatto di non sentirsi pienamente “titolare” può diventare un problema nel tempo?

Non è un problema se il giocatore riesce a ottimizzare il tempo che ha, tirandone fuori buone prestazioni e uscendo dal campo comunque soddisfatto. Deve capire di essere una pedina importante nelle rotazioni e non sentirsi sminuito per non aver ‘iniziato’ la partita da titolare… Meglio esserci quando conta. A volte finire una partita è meglio di iniziarla, specie quando si decide tutto negli ultimi minuti. Per questo ruolo è importante farsi trovare sempre pronti, perché quando il coach chiama devi esserci, e a differenza del quintetto non sai mai quando succederà. L’impatto iniziale è fondamentale: se entrando si dà subito un valore aggiunto – che sia anche di ‘carica’ alla squadra già in campo – allora un giocatore non può sentirsi sminuito. Anzi deve valorizzare ‘il suo esserci’.

Daniele, quali sono nel basket gli aspetti mentali meno noti al pubblico? Su che cosa un cestista deve essere veramente centrato rispetto ai fattori esterni come pubblico, media, compagni e allenatore?

Buon rapporto con i compagni in primis, perché senza di loro non sei nulla. È un’alchimia che va costruita sia in allenamento che fuori dal campo. Capita anche di non essere amici fuori, così come di non voler condividere con qualcuno cene o momenti di relax… Ma in questo caso è doveroso essere professionisti in campo, si devono mettere da parte le proprie rivalità o antipatie e ci si mette a servizio della squadra. Quello che la gente non vede è questo, che tutti devono sacrificarsi (specie le personalità forti) per il bene del team. Se però l’amalgama avviene anche fuori dal campo, allora è magia: è la condizione migliore che si possa desiderare. Con l’allenatore è fondamentale il dialogo perché a parer mio ci deve essere uno scambio di informazioni e dettagli tecnici: solo così si tira fuori il meglio da ogni giocatore. Con grandi benefici anche per la squadra, visto che crescendo come singoli ovviamente migliora la prestazione generale. Di solito questa cosa avviene più facilmente se l’allenatore è già stato giocatore, perché capisce meglio le esigenze ed è tutto più semplice.

Mara, dalla tua esperienza con gli sportivi di diverse discipline, cosa hai notato di specifico nel basket quando si lavora con un professionista?

Se ti riferisci a quello che i cestisti mi chiedono come obiettivi, a dire il vero alla fine le richieste degli atleti sono quasi sempre le stesse, anche cambiando sport… Ovvio che il basket, essendo uno sport di squadra, richiede che il singolo giocatore abbia doti di empatia e comunicazione (che non sempre sono scontate). Capirsi al volo con un compagno può fare la differenza. Altra cosa importante è riuscire a possedere un’ampia visione di gioco, perché di fronte hai 4 compagni e 5 avversari. Non è affatto semplice tenere tutti sotto controllo e fare la scelta giusta quando sei sotto pressione. A differenza di altri sport, poi, hai il pubblico vicinissimo: quindi è facile lasciarsi distrarre da insulti, cori, bandiere che sventolano…Una buona dose di concentrazione e focus sull’obiettivo in questi casi non guastano mai.

Ultima domanda d’obbligo: come si concilia la vita familiare e il rapporto “professionale” tra atleta e mental coach?

L’importante – conclude Mara – è rispettare sempre la cornice di accordo iniziale, e cioè che in seduta io sono la sua coach, ovvero una professionista come qualsiasi altra che sa fare il suo lavoro, e lui è l’atleta. Sono io che decido cosa sia meglio fare. Ovviamente ascolto ogni sua parola e opinione esattamente come faccio con gli altri. Non si parla di ‘vita privata’ in seduta e non si portano dentro problemi che possono essere nati fuori magari per una litigata. Viceversa quello che succede in seduta non deve essere portato nella vita familiare: finito il lavoro smettiamo di parlarne e torniamo a essere marito e moglie! Non è facile ma ormai siamo rodati visto che sono 10 anni che siamo sposati e 12 che lavoriamo insieme… Anche quando guardo le partite da coach, devo mettermi ‘in stato’ per essere sempre obiettiva: da moglie non è facile, specie quando ‘lo menano’. E io sono molto ‘attiva’ diciamo così… Perciò il segreto è una buona alternanza tra i 4 ruoli che abbiamo, mantenendoli sempre separati. Altrimenti sarebbe davvero un gran caos. Anche perché siamo due ‘agonisti’, vogliamo sempre vincere e portare a casa il risultato. Siamo fortunati perché nel nostro caso… la casa è la stessa!

Alessandro Dattilo

Alessandro Dattilo

Giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e Stand Out – The Personal Branding Company e docente del programma HRD – Da Manager a Leader. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro "Scrittura Vincente", una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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